Perché i dazi di Trump potrebbero rappresentare un’opportunità


Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

Come aveva promesso in campagna elettorale, Donald Trump ha aumentato i dazi sulle importazioni di beni, portando l’aliquota tariffaria media al 26%, il livello più alto degli ultimi 130 anni. A rimanere esentati sono una manciata di paesi tra cui Canada, Messico, Russia, Bielorussia e Corea del Nord. I governi delle principali nazioni esportatrici, Cina ed UE in testa, hanno adottato o promesso ritorsioni e sui giornali è tutto un florilegio di critiche. In particolare, si sottolinea che un commercio meno libero danneggia tutti, i prezzi negli USA aumenteranno ed i problemi della bilancia commerciale statunitense non verranno risolti.

Il danno complessivo all’economia mondiale recato dalla svolta protezionista nasce dal fatto che le barriere commerciali non permetterebbero di beneficiare pienamente dei vantaggi degli scambi, i quali consentirebbero ai paesi di specializzarsi nelle attività per le quali godono di un vantaggio comparato. Un’argomentazione che sovente dimentica che questi vantaggi possono essere creati e modificati dall’intervento umano. Certo, se vogliamo essere liberi di acquistare i dispositivi di protezione individuale da chi li vende a minor prezzo, eventualmente importandoli, dobbiamo anche essere disposti a correre il rischio di non trovarne quando ne abbiamo bisogno, magari perché quelli disponibili sono stati esportati giacché all’estero pagano più che in patria. Che poi è quel che fece la Copan Diagnostics, azienda leader nel settore dei test, che il 16 marzo 2020, in pieno lockdown, fu lasciata libera di esportare oltre mezzo milione di tamponi, decollati da Aviano su apposito volo militare in direzione Stati Uniti d’America. Se mai ce ne fosse stato bisogno, la pandemia ci ha dimostrato che è necessario tornare ad internalizzare e nazionalizzare la produzione industriale, sopratutto quella più strategica, a prescindere dai vantaggi comparati che ne derivano.

Il secondo problema, l’aumento dei prezzi, nasce dal fatto che le tariffe verrebbero scaricate sul consumatore finale alimentando l’inflazione e colpendo il potere d’acquisto di chi vive di un reddito fisso, come ad esempio i salariati. Ciò che i critici sovente dimenticano di dire, però, è che si tratta di una possibilità, non di una necessità. Se potessero aumentare i prezzi a proprio piacimento, gli imprenditori lo farebbero a prescindere. Al contrario, ogni singolo importatore è libero di scegliere e potrebbe decidere di internalizzare in tutto o in parte la nuova tariffa assottigliando i margini di profitto, e così provare ad incrementare le proprie quote di mercato a danno di quei concorrenti che non vorranno o potranno fare altrettanto. Inoltre, a parità di altre condizioni, l’eventuale aumento del prezzo rende la merce importata meno competitiva rispetto alle merci autoctone, con ciò favorendo la produzione nazionale con tutto ciò che ne consegue. Una produzione che potrebbe essere aiutata anche attraverso i proventi derivanti dalle tariffe.

Questo senza considerare che la mobilità del capitale non è stata toccata, né è stato toccato il commercio di servizi (dove gli USA vantano un importante surplus). Pertanto, un investimento che non è più profittevole si può abbandonare per uno che lo sia, tanto in patria come all’estero. E se gli esportatori italiani troveranno più difficoltoso vendere negli USA ciò significa che troveranno relativamente più conveniente farlo in altri paesi, con ciò contribuendo a creare quella multipolarità di cui tanto abbiamo bisogno. Per i dettagli si può sempre chiedere ai russi che, subendo sanzioni ben più pesanti di questi dazi, hanno saputo reinventarsi e trasformare una crisi potenzialmente fatale in una grande opportunità di sviluppo.

Infine, scegliere di minimizzare il prezzo di costo per far felici i consumatori significa scegliere di minimizzare il lavoro vivo oggettivato nella merce per massimizzare quello morto (vale a dire la tecnologia); che va bene quando ciò si converte in aumento del tempo libero a parità di salario e occupazione. Al contrario, in un sistema che anela al progresso scientifico e tecnologico unicamente per aumentare il profitto, i lavoratori ci perdono in termini di salario ed occupazione molto più di ciò che ci guadagnano quando vestono i panni dei consumatori; per non parlare poi della natura, i cui soloni non sono molto migliori dei teologi che pretendono di parlare in nome e per conto di dio.

È chiaro che in un mondo migliore, gli squilibri internazionali andrebbero risolti per via multilaterale e con una visione complessiva e non parcellizzata. Limitare unilateralmente la mobilità solamente di alcune merci, la forza-lavoro ed i beni fisici, senza toccare le merci cosiddette immateriali (i servizi) e, sopratutto, i ben più importanti investimenti (diretti e di portafoglio), non risolve i problemi ed oggi rappresenta un ulteriore passo verso quella guerra guerreggiata di cui l’economia USA continua ad avere oggettivamente tanto bisogno a prescindere dalle valutazioni soggettive del suo presidente. Ma la critica alla guerra commerciale avviata da Obama, proseguita durante il primo mandato di Donald Trump ed inasprita da Biden, deve vertere sulla necessità di cambiare regole e sistema, non sulla loro conservazione. Già Marx ci ha brillantemente dimostrato nel suo Discorso sul libero scambio che il capitalismo si sviluppa meglio col laisser faire ed il laisser passer. Per questo, e giustamente, nella lotta tra protezionisti e liberisti inglesi si schierò risolutamente con questi ultimi. Ma oggi non siamo più alle prese con un capitalismo in ascesa che deve ancora dispiegare tutte le proprie potenzialità, bensì con un capitalismo che deve essere necessariamente superato se non vogliamo che ci conduca nella barbarie post-atomica.

FILE PHOTO: U.S. President Donald Trump holds a “Foreign Trade Barriers” document as he delivers remarks on tariffs in the Rose Garden at the White House in Washington, D.C., U.S., April 2, 2025. REUTERS/Carlos Barria TPX IMAGES OF THE DAY/File Photo

Fonte foto: ISPI (da Google)

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