Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa analisi di un nostro lettore (che ha pubblicato altri due articoli sul nostro giornale) che personalmente non condivido.
Resta comunque un articolo interessante e in alcune parti condivisibile.
(Fabrizio Marchi)
In questo articolo cercherò di dire alcune cose che oggi è vietato dire. Non vietato per legge, ovviamente. Si tratta, piuttosto, di universi discorsivi foucaultiani, quasi impenetrabili, presidiati dal senso comune. Chi prova ad addentrarsi al loro interno provvisto di autonomo ragionamento viene immediatamente stigmatizzato, senza lasciargli nemmeno il tempo di formulare una sola argomentazione.
La premessa di tutta la mia riflessione è che esistano oggi due grandi strutture discorsive, il “politicamente corretto” e il “politicamente scorretto”, che costituiscono l’apparato concettuale di due varianti del Capitalismo in contrasto tra loro. La prima variante, che si avvale delle strutture linguistico-concettuali del politicamente corretto, caldeggia l’estensione illimitata delle libertà individuali, la seconda vuole negarle. La prima appoggia i diritti civili, la seconda li osteggia con impeto arcaico. La prima è libertaria e liberista, la seconda reazionaria e liberista. La prima sposa appieno l’ideologia di mercato, la seconda ha con il Capitalismo un rapporto ambiguo, si atteggia con toni anticapitalistici, ma si tratta in definitiva di un falso antagonismo. La seconda è trumpiano-salvinina, la prima può contare su un ampio spettro dei partiti di sistema nell’arco conservatore-progressista. Entrambe hanno nel Socialismo il loro campo di avversità e mirano alla rimozione del conflitto: la prima risolvendolo nell’individualismo, la seconda sostituendolo con l’ideologia della demarcazione etnica, nelle sue versioni aggiornate. Entrambe hanno nella ritirata della Politica la loro condizione di possibilità.
Il patriarcato è l’insieme delle strutture culturali delle quali sono imbevuti gli autori di molti odiosi crimini contro le donne. Non solo, naturalmente: senza arrivare al delitto, affonda nella storia culturale del mondo occidentale ed è ancora molto pervasivo. Presenta, in ogni caso, rispetto ad altre odierne forme di sessismo, il vantaggio di essere chiaramente censito. Una delle tesi principali di questo mio lavoro è che esistano oggi forme di sessismo ancora quasi del tutto sottratte al censimento dell’indagine sociologica, nonostante la loro estensione. Questo può accadere perché si trovano all’interno di quelle strutture “proibite” alle quali ho fatto riferimento in apertura. Versano in questa situazione soprattutto le forme di sessismo che procedono dalle donne verso gli uomini, ma anche dalle donne verso le altre donne, che sono quelle dalla conseguenze forse più profonde e laceranti. Alla diffusione di queste forme di sessismo non solo non corrisponde una commisurata attenzione, ma sono oggetto di una persistente e tenace negazione.
L’altra tesi di fondo sta nell’affermazione che il patriarcato, sebbene produca ancora oggi discriminazioni e sofferenze drammatiche, sia, nell’epoca del transumanesimo e dell’ibridismo di genere, essenzialmente in declino, ma non per lasciar posto alle “pari opportunità” sempre invocate dagli alfieri del politicamente corretto, bensì per sfociare in una aperta e violenta guerra tra sessi. Una ulteriore tesi, che in parte raccorda le due precedenti, è che queste forme di sessismo diverse dal maschilismo, e delle quali offrirò indicazioni ed esempi, non sono in alcun modo antagoniste al patriarcato, e in alcuni casi non sono nemmeno esterne ad esso. In effetti, o rafforzano il patriarcato, la sua presa e le sue strutture, oppure conducono direttamente dal patriarcato alla guerra tra sessi, con nessun beneficio per il rapporto tra sessi.
Svolgendo la mia argomentazione centrale, voglio in primo luogo chiarire in quali modi e forme la diffusa sensibilità a favore delle donne, nel momento in cui viene rifusa nelle strutture discorsive tipiche del politicamente corretto, non corrisponda più ad alcuna lotta di emancipazione. Esattamente al contrario, essa viene messa al servizio di un intenso ed efficace sforzo di conservazione.
Gli esempi sono così vasti da costringermi a scegliere, prima di articolare in modo argomentativo, un punto di partenza che abbia una discreta forza sintetica. Quando, nel luglio del 2019, due donne bucarono il “tetto di cristallo”, ascendendo ai vertici di Bce e Ue, moltissimi la considerarono di per sé una buona notizia. Ma per quale ragione dovrebbe esserlo a prescindere, senza alcuna valutazione nel merito? Proprio pensare questo è una forma di sessismo, ossia un pregiudizio, in questo caso positivo, legato al genere. Esistono, infatti, diverse forme di sessismo, e alcune sono a malapena censite. Queste due persone – ecco, voglio dirlo proprio in modo non binario, così si capisce meglio, forse – che rispondono ai nomi di Christine Lagarde e Ursula von der Leyen, chi sono, cosa rappresentano, quali interessi, qual è la loro storia, sono dunque esterne o alternative ai modelli dominanti? Possono assurgere a simboli di una qualche battaglia di emancipazione?
Austerity e macelleria sociale piacciono se ad infliggerle è una donna ma non se lo fa un uomo? Chi pensa questo, oltre ad essere sessista, deve evidentemente avere anche delle inclinazioni sadomaso…
La stessa Christine Lagarde che, ancora direttrice del FMI si prostrò miseramente a Sarkozy: “Usami per il tempo che ti serve”, dovrebbe essere considerata semmai per quello che è, una vestale del patriarcato, non certo un simbolo di emancipazione femminile. In questo caso, tuttavia emblematico, siamo
perfettamente all’interno del patriarcato, che può anzi beneficiare di un preziosissimo elemento di rinforzo. Donne protese verso l’occupazione del potere che conservano, in compenso, l’attitudine a prostrarsi ad un potere considerato maggiore, incarnato da un maschio, ubbidendo ad un altro intramontabile cliché della subordinazione del “secondo sesso”. Allo stesso tempo, il senso comune, viene da dire il pubblico, tenderà ad elogiare per partito preso la semplice situazione schematica per cui una donna arriva ad occupare una posizione di potere. Proprio questa distanza tra il significato del fatto e la sua rappresentazione sembra essere il miglior dispositivo di protezione e conservazione del patriarcato:, giacché proprio in presenza del suo tripudio, un coro generale saluta con grande plauso una buona novella inesistente. Sarebbe sufficiente rileggere con mente sgombra Simone de Beauvoir, il cui saggio Il Secondo sesso rappresenta, come è noto, una pietra miliare dei movimenti femministi: “Liberare la donna significa rifiutare di chiuderla nei rapporti che ha con l’uomo, ma non negare tali rapporti; se essa si pone per sé continuerà ad esistere anche per lui: riconoscendosi reciprocamente come soggetto, ognuno tuttavia rimarrà per l’altro un altro; […] quando sarà abolita la schiavitù di una metà dell’umanità e tutto il sistema di ipocrisia implicatovi, allora […] la coppia umana troverà la sua vera forma”. (Simone de Beauvoir, Il secondo sesso). Noto solo per inciso che proprio il politicamente corretto dovrebbe essere considerato, a mio avviso, un tassello di quel “sistema di ipocrisia” del quale De Beauvoir invocava il superamento. Di certo De Beauvoir insisté molto sul fatto che le donne stesse sono attivamente corresponsabili della conservazione degli stereotipi alla base della condizione di “secondo sesso” della donna. Christine Lagarde ci ha offerto un ottimo esempio di cosa intendesse dire la filosofa. Certamente Lagarde non è affatto la sola.
Scendendo verso la scala più piccola del quotidiano, è fin troppo comune che non atavici e inguaribili fascio-maschilisti, bensì uomini miti siano fatti oggetto, dall’ufficio alla sfera privata, di un generico senso di rivalsa verso il sesso maschile, e così risucchiati in una crociata nella quale svolgono il solo ruolo di falsi bersagli, per non dire di incolpevoli malcapitati. Di fronte a discorsi tra donne che grondano sessismo e qualunquistico revanscismo, questi malcapitati generalmente non osano dire una sola parola, per non rischiare di essere automaticamente tacciati di maschilismo e pesantemente giudicati anche all’interno della cerchia dei propri affetti in nome di un molto malinteso “femminismo”.
Se il revanscismo che oggi anima non poche donne – è così anche se a parecchi non piacerà sentirselo dire-, si spiega eziologicamente con la millenaria storia di subordinazione delle donne, malauguratamente non ne rappresenta affatto la via d’uscita. Proprio al contrario, è un atteggiamento che porta a sparare nel mucchio, incendiando la guerra tra sessi e mettendo per altro le donne in una condizione di perenne e violenta competizione tra loro, come accade sistematicamente nei luoghi di lavoro. Tranne che per i paladini del politicamente corretto: per loro non accade nulla di tutto questo. Del resto, hanno la straordinaria capacità di rimuovere all’istante dal loro campo visivo tutto ciò che non quadra con le loro belle idee progressiste, biasimando a gran voce chi non intende trascurare nessuno degli elementi di osservazione evidenti. Costoro, oltre che Simone de Beuavoir, dovrebbero leggere Anna Kuliscioff: “Signore e signori, voglio anzitutto confessarvi che, pensando intorno alla inferiorità della condizione sociale della donna, una domanda mi si affacciò alla mente, che mi tenne per un momento perplessa e indecisa. Come mai – mi dissi – isolare la questione della donna da tanti altri problemi sociali, che hanno tutti origine dall’ingiustizia, che hanno tutti per base il privilegio d’un sesso o d’una classe?” (Anna Kuliscioff, Il monopolio dell’uomo, via Pandora rivista).
Già, come mai? Forse perché Anna Kulisciof, oltre che femminista (ma per davvero), era una rivoluzionaria e una socialista. Gli odierni progressisti, chiaramente alleati del conservatorismo, in effetti fanno proprio questo: isolano. Isolano problemi, isolano diritti (separando quelli civili da quelli sociali), isolano le persone. “Isolare” è uno dei concetti chiave del conservatorismo progressista e della collegata e soprastante ideologia neoliberista /ordo-liberale, che costituisce il culmine dell’individualismo iper-borghese e capitalistico. All’interno di questa cornice ideologica vige l’individualismo più deteriore, le cui colonne portanti sono il cinismo e l’esasperata competizione. L’estensione illimitata dei diritti individuali e civili è quindi al suo posto, come contropartita dell’attacco frontale ai diritti sociali, all’uguaglianza di fatto, a qualunque idea di lotta collettiva improntata alla giustizia sociale. È per questa ragione che l’antirazzismo, le pari opportunità, la condanna dell’omofobia, l’antifascismo godono di eccellente accoglimento nelle strutture discorsive del politicamente corretto; sarà appena il caso di notare che anche l’antifascismo, proprio come tutto il resto, viene in questo modo totalmente neutralizzato. Si tratta di una antifascismo velleitario e di facciata, puramente nominalistico e persino moralistico, perché depauperato della sua fondamentale componente di lotta di classe, esattamente come desiderato. Questo antifascismo delle élite, completamente sbiadito, viene lasciato alle sardine, per dire, ossia a un movimento neoliberale del tutto organico a quella variante del Capitalismo che utilizza le strutture del politicamente corretto.
Per quanto riguarda il mio uso dell’espressione “conservatorismo progressista”, mi limito ad annotare che non si tratta affatto di un ossimoro; è, invece, l’effettiva e reale composizione di quelle forze che propugnano la massima estensione delle libertà individuali, ma per negare e conculcare i diritti sociali.
Le due fazioni del Capitalismo che oggi si scontrano hanno dunque ciascuna i propri universi discorsivi, la propria narrazione: il politicamente corretto contro il politicamente scorretto. Entrambe concordano, comunque, almeno su un punto fondamentale: nessuna reale alternativa deve sorgere. In sostanza il gioco è questo: il pendolo ammette due sole posizioni, la negazione dei diritti e l’esibizione della libertà. La negazione è reazionaria, retriva, arcaica. L’esibizione è: eccessiva, “trasgressiva”, completamente velleitaria. Si tratta in realtà di un collaudatissimo gioco di specchi e di legittimazione reciproca, nel quale il grande escluso è il conflitto. Tutto deve restare com’è, le uniche narrazioni sono quelle previste e concesse, i grandi sconfitti non devono mai essere chiamati a fungere da osservatori.
Mentre il Novecento è percorso dalle grandi tradizioni del femminismo socialista e del femminismo liberale, l’epoca presente ha prodotto un femminismo neoliberale che andrebbe combattuto con la massima energia.
Naufraghi dell’individualismo, non pochi movimenti pseudo-femministi sono mossi da un generico revanscismo verso il maschio, fatto colpevole in quanto maschio, che non porta da nessuna parte. Tra le derive più immediatamente visibili di questo fenomeno annovero alcune frange del Mee Too, che sembrano essere lanciate più all’attacco all’istituto della presunzione di innocenza che non impegnate nel senso migliore della lotta femminista.
Ovunque si vede che il pronunciamento a favore di ogni diversità è il cavallo di battaglia dei benpensanti, che ovviamente si fermano a queste generiche e filantropiche dichiarazioni, guardandosi bene dall’indicare le cause profonde delle differenze, delle sperequazioni e delle discriminazioni. Per loro il problema non deve affatto essere risolto, deve essere esibito. Proprio l’esibizione, in realtà, è il modo migliore e più sicuro per allontanare qualunque soluzione. Laddove i problemi sono collettivi, sociali e di classe, la loro spettacolarizzazione serve a proiettarli, con un gioco ad effetto dal risultato garantito, su una deformante dimensione individuale, che non è assolutamente il piano loro proprio. Costoro sguazzano in questa superficie, con scenografie sempre tirate a lustro, per essere certi che nulla nelle strutture del potere e nell’assetto degli interessi dominanti debba modificarsi. La diversità viene risucchiata nell’implacabile tritacarne del Capitalismo neoliberista, che lascia fuori tutte le narrazioni degli sconfitti, nessuna esclusa, e in cambio rilascia belle e ipocrite immagini e patenti di inclusione, che non scalfiscono nemmeno la realtà. Il femminismo neoliberale, che si qualifica in realtà per quello che è, ossia una forma di pseudo-femminismo, è abbondantemente impigliato in queste stesse logiche.
La lotta femminista non deve isolarsi e allo stesso tempo non deve essere lasciata da sola. Può esprimere il suo volto migliore e necessario, come anche in passato, soltanto saldandosi ad altre fondamentali istanze di giustizia ed equità sociale, configurando nel suo insieme una critica organica e complessiva allo stato odierno del Capitalismo neoliberista in entrambe le sue due varianti falsamente antagoniste. Solo in questo modo si può rispondere ad un pensiero unico che, proprio come atomizza l’individuo, è interessato a parcellizzare anche le istanze critiche che gli si oppongono, garanzia massima della loro inefficacia. Occorre, dunque, abbracciare una visione che rimetta chiaramente e programmaticamente al centro il conflitto.
Il patriarcato appare complessivamente in buona salute – anche se io credo sia in declino nel lungo termine; la guerra tra sessi è già aperta e non si vedono molte Kuliscioff, Luxembourg o De Beauvoir all’orizzonte.

Fonte foto: Youtube (da Google)