Mi chiamo Lovecchio Nicola, sono aderente e sono impegnato con Medicina
Democratica per affermare in fabbrica e in ogni dove il diritto alla salute.
Partecipo a questo Convegno su invito del suo Presidente, Fernando d’Angelo,
per esporvi la mia vicenda personale.
Purtroppo il mio attuale stato di salute non mi permette di essere
presente e pertanto mi farà da tramite il dottor Maurizio Portaluri al quale va
il mio grazie.
All’età di 24 anni, nel 1971, sono stato assunto con la qualifica di
capoturno del reparto insacco magazzino fertilizzanti presso lo stabilimento
Enichem di Manfredonia, e mi sono dimesso per motivi di salute nel gennaio del
1996. La domenica del 26 settembre 1976, quando esplose la colonna di lavaggio
dell’arsenico, venni esposto in quell’area contaminata con segni di
intossicazione acuta, come risulta dall’indagine effettuata dall’Istituto di
Medicina del Lavoro di Bari. Lo stesso Istituto il 13 gennaio 1994, dopo un
esame radiologico effettuato, con scadenza biennale, dall’unità mobile
all’interno del suddetto stabilimento, mi riscontrava una opacità polmonare
destra (era un adenocarcinoma). Subii un intervento chirurgico presso la
Clinica Chirurgica dell’Università di Chieti, cui seguirono radioterapie,
chemioterapie, secondarismi polmonari, cerebellari, ossei, ed intervento
chirurgico di decompressione spinale.
La mia attività mi portava ad avere un rapporto continuo con l’ambiente
di lavoro alquanto polveroso per la presenza di fertilizzanti prodotti in loco
(urea, solfato ammonico) e altri provenienti da altri siti quali concimi
complessi, binari e ternari. La dirigenza aziendale, dagli inizi degli anni
Ottanta sino alla cessazione della produzione di urea (luglio 1993), ha
utilizzato la formaldeide, sostanza altamente cancerogena, per migliorare la
resa commerciale dell’urea.
A 50 anni, non fumatore, vita tranquilla di un normale padre di
famiglia, il caso sembrava far parte di una eccezione alla casistica mondiale,
ma discutendone con il dottor Portaluri e prendendo in considerazione sostanze
tossiche e nocive con cui sono stato a contatto – arsenico, ammoniaca,
formaldeide, polvere di urea e di altri fertilizzanti, gas di scarico di
automezzi che circolavano all’interno dei magazzini fertilizzanti oltre agli
scarichi indiretti di altri impianti viciniori (ete, oleum, nox, SO3,
caprolattame) – ci siamo resi conto che la funzionalità dei polmoni è stata
compromessa dall’ambiente di lavoro.
Ho cominciato a fare un’indagine nel mio stesso reparto dove
risultavano deceduti, per neoplasie polmonari o intestinali, altri sei colleghi
e una ventina sparsi per altri reparti con patologie diverse. Mancano dati
ufficiali così come manca un’indagine epidemiologica, ma queste dovrebbero
essere fatte da enti sanitari pubblici e non da un operaio; non si hanno poi
neppure informazioni sui dipendenti delle ditte appaltatrici che hanno lavorato
all’interno dello stabilimento. Tutto ciò ha spinto sia il sottoscritto che
Medicina Democratica a presentare lo scorso settembre ’96 un esposto-denuncia
presso la Procura di Foggia, mentre il dottor Portaluri presentava una denuncia
di malattia professionale presso la Pretura di Foggia che ha già iniziato
un’indagine preliminare.
Questa vicenda mi ha dato la forza di reagire a tutto quello che ho
subito in fabbrica. Il senso della mia vita è quello di continuare a lottare:
voglio vivere, non voglio andarmene così.
Non posso stare seduto ad aspettare che questa malattia mi consumi del
tutto e senza aver fatto nulla per riacquistare la mia dignità di uomo.
Dirò ai miei tre figli: vedete, nella mia sfortuna lotto perché ho un
debito nei vostri e nei miei confronti. Se sentite di stare nel giusto andate
avanti senza alcun timore.
Il pensiero che più mi preoccupa è quello di lasciarli, perché questa
terra non offre nulla nel momento in cui hanno maggiormente bisogno, assieme a
mia moglie sono la mia forza.
Il male un po’ mi ha cambiato, nel senso che mi ha aperto; ora non ho
più niente da perdere.
Parecchi compagni di lavoro si sono fatti vivi e c’è un movimento che
si sta diffondendo, composto da chi è sopravvissuto e si sente leso nella
dignità della propria persona perché l’azienda ci ha maltrattati nel vero senso
della parola.
C’è grande solidarietà ed anche consapevolezza che il prioritario
diritto alla salute non deve essere mai subordinato al profitto.
Grazie
Lovecchio Nicola
Nicola Lovecchio si è spento ventisette anni fa, ha dedicato e donato gli ultimi vent’anni della sua vita alla verità. Il 26 settembre 1976 un incidente scosse l’Enichem di Manfredonia, tonnellate di arsenico si riversarono sulla città: la terra e le falde acquifere furono e sono inquinate. L’Enichem prometteva benessere ai cittadini, in essa gli abitanti di Manfredonia sperarono per avere una vita migliore, nel 1976 il sogno divenne un incubo che continua ancora oggi. Negli anni successivi all’incidente un numero anomalo di cancri e malformazioni neonatali furono registrate a Manfredonia. Le prime indagini rilevarono la presenza anomala di arsenico nelle urine di operai e non solo, ma la medicina ufficiale individuò nell’abbondante uso dei crostacei nell’alimentazione la causa dell’anomalia. Nicola Lovecchio, da non fumatore, si ammalò di cancro ai polmoni fino a morirne l’8 aprile 1997. La crescita esponenziale dei tumori condusse l’operaio del petrolchimico a ricercare la verità che il “sistema produttivo negava”. Cominiciò a raccogliere le cartelle cliniche di coloro che si ammalavano col permesso dei parenti fino a dimostrare la correlazione tra l’esposizione all’arsenico e specifici tumori. Lui stesso, ammalato, ha lottato per tutti. Assieme a Maurizio Portulari ha smentito le ricostruzioni ufficiali; è stato vittima di un’ingiustizia, ma non è morto da vittima. Chi lotta non lo è mai. Ha trasformato il dolore vivo del suo corpo e della sua anima ferita in resistenza al male. Il bene non è mai possesso privato, ma è relazione sociale. Le sue ricerche hanno favorito l’organizzazione dal basso di una contronarrazione sugli effetti dell’arsenico, il quale ha un lungo periodo di latenza prima di mostrarsi nei suoi tragici effetti. Gli operai dell’Enichem già prima dell’incidente venivano a contatto con l’arsenico senza protezione; l’azienda era consapevole degli effetti sulla salute dei lavoratori. La motivazione alla lotta Nicola Lovecchio l’ha tratta sicuramente dall’empatico legame con la sua comunità e dalla responsabilità etica verso le future generazioni, lui che era padre, sicuramente ha pensato alle future generazioni come fosssero “figli” da salvare dai veleni mortali dell’Enichem. Le sue indagini hanno permesso di scoperchiare una verità inquietante, ma che spesso è l’ordinaria normalità di un modo di produzione che ha posto al centro della sua azione il guadagno. In questi giorni il collettivo In Apnea sta cercando di non far dimenticare l’esempio etico di Nicola Lovecchio. Una raccolta di firme tra i cittadini di Manfredonia ha lo scopo di dedicargli una strada o una piazza visibile e frequentata, in modo che le nuove generazioni possano comprendere che “il bene” è possibile, e che ci sono lavoratori capaci di costruire una rete di relazioni solidali fondata sulla verità e sulla dignità. Sta a noi ricordarlo e trasmettere la sua storia; la memoria degli eroi etici che ci hanno preceduto ci consente di credere e di sperare in una realtà in cui l’essere umano ritrova la sua dignità nel lavoro e non muore per il lavoro e per lo sfruttamento.
Fonte foto: FoggiaToday (da Google)