Questa di seguito è la relazione di Fabrizio Marchi al convegno promosso da L’Interferenza e da “Uomini e Donne in Movimento” dal titolo “Una lettura alternativa della questione di genere. Per una critica di classe del femminismo” che si è tenuto a Roma lo scorso 15 marzo. A breve anche i video con tutti gli interventi.
Sostenere che l’attuale
società capitalista sia a trazione e dominio patriarcale equivale a sostenere
che la terra è piatta. Volendo utilizzare un esempio meno iperbolico equivale a
dire che gli attuali rapporti di produzione sono di tipo feudale e non capitalistico.
Eppure questo è ciò che viene sostenuto da tutte le correnti femministe,
nessuna esclusa, comprese quelle cosiddette “intersezionali” o sedicenti
marxiste. La ragione di ciò è semplice. Qualora si riconoscesse che il
patriarcato – e quindi la forma storica della presunta oppressione sistematica
del genere maschile su quello femminile (una concezione già di per sè sessista
e interclassista) – è ormai da tempo inesistente, l’ideologia femminista si
squaglierebbe in un nano secondo. Ed è per questo che si preferisce tenere
artificialmente in vita un cadavere piuttosto che prendere atto dei fatti e
della realtà oggettiva. Un approccio che di dialettico e di materialistico – la
famosa “analisi concreta della situazione concreta” di cui in tanti si riempiono
la bocca – non ha veramente nulla. Siamo di fronte ad una costruzione artificiosa
e ad una successiva superfetazione ideologica che non ha nessuna attinenza con
la realtà concreta e che ha come inevitabile esito una abnorme produzione di
falsa coscienza.
Ho sempre trovato
stupefacente che nessun intellettuale marxista abbia posto attenzione su questo
fondamentale passaggio del Manifesto del Partito Comunista pubblicato da K.
Marx nel 1848:
“Dove è giunta al
potere la borghesia ha distrutto tutte le condizioni di vita feudali,
patriarcali, idilliache, ha lacerato senza pietà i legami che nella società
feudale avvincevano l’uomo ai suoi superiori naturali, e non ha lasciato tra
uomo e uomo altro vincolo che il nudo interesse, lo spietato pagamento in
contanti, ha affogato nell’acqua gelida del calcolo egoistico i santi fremiti
dell’esaltazione religiosa, dell’entusiasmo cavalleresco, della sentimentalità
piccolo-borghese. Ha fatto della dignità
personale un semplice valore di scambio e in luogo delle innumerevoli
franchigie faticosamente acquisite, ha posto la sola libertà di commercio senza
scrupoli”.
Qui Marx dimostra di
aver capito chiaramente la reale natura della società capitalista e che – ricordo
che siamo nel 1848 – il patriarcato sta morendo, anzi, è già morto con
l’avvento della società industriale e del capitalismo che non solo non sa cosa farsene
del patriarcato ma gli è addirittura di ostacolo. Perché?
Perché il sistema
capitalista ha trasformato completamente i rapporti sociali, ha distrutto ogni
vincolo comunitario, dalla comunità del villaggio alla famiglia. Permettetemi
ancora una volta di citare testualmente il Manifesto:”Su che cosa si basa la
famiglia odierna, la famiglia borghese? Sul capitale, sul guadagno privato. Nel
suo pieno sviluppo la famiglia odierna esiste soltanto per la borghesia, ma
essa trova il suo completamento nella forzata mancanza di famiglia dei proletari”.
Questo – aggiungo io – è evidente perché se marito, moglie e figli lavorano
dodici ore al giorno in fabbrica, la famiglia è già distrutta e con essa anche
il vincolo comunitario che dovrebbe in teoria caratterizzarla e che in effetti prima
della rivoluzione industriale caratterizzava la famiglia contadina dove tutti i
componenti erano a stretto contatto fra loro sia nell’ambito del lavoro sia
nella dimensione famigliare e affettiva.
A me non è mai piaciuto
citare gli autori perché sembra quasi che uno debba tirar fuori i santini, i
“testi sacri” per avvalorare le proprie tesi, ma in questo caso mi è sembrato
opportuno farlo. Addirittura anche due intellettuali contemporanei, come
Luciano Canfora e Massimo Cacciari, entrambi di formazione marxista anche se il
secondo è da tempo un liberale, si sono finalmente decisi a dichiarare morto e
sepolto il patriarcato. Ma restano una eccezione perché – come dicevo – la vulgata di tutte le “sinistre” attuali,
siano esse liberali, radicali o pseudo antagoniste, è che la società
capitalista attuale sarebbe tuttora a trazione e a dominio patriarcale.
Ma il patriarcato e il
matriarcato – che erano in stretta correlazione – costituivano l’ossatura
sociale nelle società premoderne, cioè fondamentalmente contadine, ma hanno continuato
a persistere almeno fino a quando la forza fisica ha continuato ad essere un
fattore fondamentale della produzione per via del fatto che il lavoro era
ancora materiale e non “immateriale”, come si usa dire oggi. Patriarcato e
matriarcato rappresentavano la sovrastruttura socio-culturale della struttura,
cioè della divisione sessuale del lavoro che caratterizzava quelle società
(oltre a quella sociale, cioè di classe) e che continua a caratterizzare quelle
attuali, pur in modo ovviamente diverso: lavoro di cura e di riproduzione per la
maggioranza delle donne e lavoro forzato – chiamiamo le cose per quelle che sono
– per la maggioranza degli uomini. Il femminismo ha reinterpretato questa
divisione sessuale del lavoro come oppressione tout court del genere femminile
da parte di quello maschile. Il che è una manipolazione evidente della realtà e
della storia. La divisione sessuale del lavoro, se proprio vogliamo ragionare
col bilancino (noi non lo vogliamo perché siamo contro tutte le guerre
orizzontali ma siamo costretti a farlo da una ideologia che invece lo fa
deformando la realtà pro domo sua e alimentando quella guerra orizzontale) ha
visto da questo punto di vista la grande maggioranza degli uomini in una
condizione peggiore di quella della grande maggioranza delle donne; nessuna
schiava è mai stata incatenata al remo di una galera o costretta a scannarsi in
un’arena, nessuna donna è mai stata imbarcata con la forza su un vascello o su
una baleniera o costretta ad andare in guerra. Nello stesso tempo tutti i
lavori più pesanti, rischiosi e purtroppo mortali sono sempre stati appannaggio
esclusivo degli uomini. E questo vale ancora oggi che quella divisione sessuale
del lavoro è stata in buona parte parzialmente superata, lo dimostra il fatto
che a morire sul lavoro sono tuttora pressoché quasi esclusivamente uomini con
rarissime eccezioni. Una tragedia di classe e di genere di cui soltanto il
primo aspetto, cioè il risvolto di classe – perché muoiono lavoratori e non certo
banchieri o divi del cinema – è salito alle cronache. Pensiamo a parti
invertite cosa sarebbe accaduto, peraltro giustamente perché io stesso avrei
trovato e troverei intollerabile che a morire sul lavoro fossero soltanto
donne. E invece questo risvolto è pressoché ignorato, come fosse invisibile, e
a determinare ciò è la potenza dell’ideologia che è in grado di occultare la
realtà vera e di crearne una immaginaria.
Qui è necessario, sia
pure molto sinteticamente, aprire una riflessione critica sul rapporto fra
struttura e sovrastruttura che a mio parere è mutato profondamente rispetto ai
tempi in cui Marx stesso lo elaborava. Oggi la sovrastruttura, quella preposta
al controllo e al dominio di quella che io chiamo “psico-eto-sfera”, è in grado
di determinare non solo il valore di scambio ma anche il valore d’uso di una
merce, dove per merce intendo in primis, ovviamente, gli esseri umani.
Oggi tutto è elevato o ridotto
a merce e capitale, in primis la sessualità, con tutto ciò che questo comporta.
E come ogni forma di capitale c’è chi ne dispone e chi no, e chi non ne dispone
si trova in una condizione di oggettiva subordinazione. In un mondo dove tutto
deve essere ricondotto alla relazione fra offerta e domanda, la grande maggioranza
degli uomini, sia pure a differenti livelli (cioè in base al capitale di cui
dispongono) si trova in una posizione di dipendenza e non è in grado di autodeterminare
la propria vita sessuale. E’ proprio la differenza sessuale fra donne e uomini che
determina questa naturale e biologica asimmetria fra i sessi che viene però esaltata
dal sistema capitalista che, come dicevo, riconduce tutto alla logica dell’offerta
e della domanda e quindi dello scambio, della relazione commerciale; una “modalità”,
questa, che riguarda e pervade innanzitutto la sfera psicologica, prima ancora
che pratica. E quindi anche e soprattutto la capacità di attrazione sessuale,
diventa essa stessa un capitale, e un capitale non si dona, per definizione, ma
viene investito oppure alienato per trarne un utile, di qualsiasi genere esso
sia. Lo stesso Marx in “Miseria della filosofia” affrontò il tema in questo
celebre passo, anticipando i tempi:” Venne infine un
tempo in cui tutto ciò che gli uomini avevano considerato come inalienabile
divenne oggetto di scambio, di traffico, e poteva essere alienato; il tempo in
cui quelle stesse cose che fino allora erano state comunicate ma mai barattate,
donate ma mai vendute, acquisite ma mai acquistate – virtú, amore, opinione,
scienza, coscienza, ecc. – tutto divenne commercio. È il tempo della corruzione
generale, della venalità universale, o, per parlare in termini di economia
politica, il tempo in cui ogni realtà, morale e fisica, divenuta valore venale,
viene portata al mercato per essere apprezzata al suo giusto valore”. Il
combinato disposto fra quella asimmetria biologica (la differenza sessuale tra
maschi e femmine) e la razionalità strumentale capitalistica fa sì che la
sessualità femminile abbia assunto un valore d’uso e un valore di scambio a
differenza di quella maschile che, tranne rarissime eccezioni (uomini che
dispongono di un capitale, e quindi di un peso specifico, molto elevato) ha
solo un valore d’uso. Il processo di
mercificazione sessuale coinvolge quindi sia donne che uomini ma in forme molto
diverse. Sono il possesso o la disponibilità di capitale a fare la differenza, e
non il sesso di appartenenza. Continuare, dunque, a sostenere che gli uomini nell’attuale
società capitalista sarebbero i soggetti dominanti nella sfera sessuale, sempre
e comunque, è privo di fondamento se non ridicolo, e senza timore di esagerare.
Riprendendo il filo del
discorso, con l’avvento dell’era moderna, cioè in seguito alle varie e
successive rivoluzioni industriali e tecnologiche, si trasforma radicalmente il
lavoro, l’organizzazione e la divisione sessuale del lavoro e di conseguenza vengono
gradualmente ma inesorabilmente a trasformarsi radicalmente anche i rapporti
familiari e affettivi e la relazione fra i sessi.
E a questo punto è
necessario aprire un’altra riflessione di ordine storico, propedeutica per
capire la realtà attuale. La storia ci ha dimostrato che il capitalismo
è un sistema estremamente flessibile, capace di incistarsi e convivere con
qualsiasi contesto culturale e anche e soprattutto di plasmarlo pro domo sua.
E’ questa forse la sua principale caratteristica e uno dei suoi punti di
maggior forza. Dopo aver prodotto il liberalismo nella sua forma tradizionale
occidentale/anglosassone, ha convissuto con i fascismi, con il nazismo, i
regimi clericali, con le dittature militari sudamericane ed asiatiche, con i
regimi razzisti e colonialisti fondati sull’apartheid, e oggi anche con
l’integralismo wahabita (vedi Arabia Saudita) e parzialmente, sia pure con
tutte le specificità del caso, addirittura anche con lo stato socialista post
maoista cinese. Ha combattuto e vinto la sua prima grande battaglia contro il
sistema feudale, contrapponendo i valori del liberalismo classico a quelli del
cosiddetto “ancien regime”. In questa fase, durata su per giù dal XVII agli
inizi del XIX secolo, in cui doveva affermarsi, il capitalismo, attraverso la
sua ideologia di riferimento, cioè il liberalismo, ha fatto leva su categorie e
istanze antireligiose oltre che anticlericali e antimetafisiche. L’obiettivo
strategico era quello di demolire il vecchio ordine feudale che doveva essere
cancellato insieme, ovviamente, al suo bagaglio ideologico e “valoriale”,
culturale e religioso.
In una seconda fase che va dai primi decenni del XIX fino alla prima metà
del XX secolo, ha avuto il problema di consolidare il suo dominio e per questo,
vinta ormai definitivamente la battaglia sul piano strutturale contro l’”ancien
regime, ha recuperato e reintegrato in parte la vecchia e (parzialmente)
dismessa sovrastruttura culturale e ideologica integrandola nella nuova che ha
come baricentro il “nuovo” ordine borghese liberale. Si viene così a creare una
nuova sovrastruttura ideologico/valoriale che sostanzialmente è una miscela di
“vecchio e nuovo”, di liberalismo e di vecchie istanze religiose e culturali
mutuate dall’ “ancien regime”. Si crea, dunque, il nuovo per l’epoca (ma ormai
vecchio e superato…) sistema ideologico valoriale vetero borghese, quello che
comunemente definiamo con il famoso “Dio, Patria e famiglia” che è stato
egemone per almeno un secolo, fino agli anni ’50 del secolo scorso. Questo
apparato valoriale che prevedeva e comprendeva anche il patriarcato e
l’alleanza strategica con la Chiesa, è stato funzionale agli interessi del
capitale, soprattutto nella fase in cui quest’ultimo aveva necessità di
contrastare il movimento comunista e socialista mondiale che poneva sul piatto
la questione del suo superamento.
Con il crollo del comunismo e il dissolvimento del blocco sovietico, e in
seguito al processo di trasformazione economica, alla ennesima rivoluzione tecnica,
informatica, dell’organizzazione del lavoro avvenuto nella società
capitalistica negli ultimi 50 anni – basti pensare all’evoluzione della
fabbrica fordista, alla parcellizzazione, automazione, precarizzazione e
frammentazione del lavoro, al conseguente sconvolgimento delle classi sociali
avvenuto in seguito a tale processo e al ruolo decisivo e sempre più pervasivo
della tecnica, pensiamo oggi all’eugenetica e all’IA – il sistema valoriale vetero
borghese (Dio, Patria e Famiglia) presessantottino diventa inservibile e anzi
di ostacolo per il nuovo ordine sociale “post moderno” e “ultra capitalista”.
Il capitalismo, giunto al suo stadio attuale,
quello della feticizzazione assoluta della merce e del capitale stesso e
della mercificazione assoluta non solo dell’agire umano ma dell’umano stesso,
non ha più nessuna necessità di relazioni umane, affettive e familiari rigide e
nello stesso tempo organizzate in base a sovrastrutture di tipo etico-morale
diventate ormai inutili per il processo di valorizzazione economica e per la
razionalità strumentale capitalistica. Al contrario, ha necessità di un
contesto sociale fluido e flessibile, cioè l’esatto contrario della società
vetero borghese ottocentesca e in parte primo novecentesca patriarcale e
matriarcale. Il suo obiettivo è la riproduzione infinita e illimitata di sé
stesso, cioè del capitale e della “forma merce”, nel momento in cui questa è
diventata ormai la totalità della realtà stessa. La “comunità umana”,
“liberata” da ogni vincolo, deve essere ridotta ad una massa di lavoratori, per
lo più precari, e di consumatori seriali, indipendentemente, anche in questo
caso, dalla loro appartenenza sessuale (o etnica), sprovvisti di ogni forma di
coscienza, a partire naturalmente da quella di classe. E’ il singolo “atomo”,
“l’individuo “non sociale” – per parafrasare il compianto Pietro Barcellona –
questa specie di compulsivo e postmoderno Robinson Crosue (maschio, femmina o
fluido che sia), il baricentro del sistema capitalista, non la comunità, e di
conseguenza neanche la famiglia che può assumere le forme più disparate se non
addirittura in linea teorica estinguersi.
E’ questa la ragione – cioè la sua intrinseca duttilità finalizzata ad
ottimizzare se stesso in base alle necessità del contesto storico – che il
capitalismo si è declinato di volta in volta in diverse forme, liberali ed autoritarie,
liberaldemocratiche e fasciste, laiche e clericali, razziste e antirazziste, patriarcali
e oggi femministe. La sua stella polare, la sua “essenza”, sono la sua illimitata
riproduzione da raggiungere con qualsiasi mezzo. Tutto ciò che si frappone deve
essere rimosso o piegato e tutto ciò che non è più funzionale alla sua
riproduzione e ottimizzazione deve essere accantonato. Tutto ciò al di là se a
governare siano la “sinistra” o la destra perché, appunto, stiamo parlando di
dinamiche strutturali.
Il patriarcato – ma io
parlerei più di una struttura familiare fondata su determinate forme di
relazione, è stato soltanto un passaggio in una fase storica in cui il sistema
capitalista aveva necessità di consolidarsi e non poteva che farlo
appoggiandosi alle sovrastrutture esistenti ma di certo non fa parte del suo
DNA e infatti se ne è definitivamente disfatto quando non ha più avuto quella necessità,
così come si è disfatto di altre cose.
La fine oggettiva del
processo di globalizzazione, cioè del dominio occidentale sul pianeta, contestualmente
all’affermazione delle nuove destre (comunque molto diverse fra loro), comporterà
anche una graduale e parziale trasformazione, diciamo un adeguamento, del
paradigma ideologico dominante ed è molto probabile se non certo che le ali più
estreme dell’ideologia politicamente corretta – l’ideologia woke, la cancel
culture e le teorie più strampalate sulla fluidità di genere e sulla negazione
del fondamento biologico dei sessi che soprattutto negli USA sono state egemoni
negli ultimi vent’anni – verranno accantonate o pesantemente limate, ma la
narrazione femminista non verrà toccata alle fondamenta perché nessuno, neanche
le nuove destre, hanno la forza e l’intenzione di farlo. Né tanto meno ci sarà
un ritorno al vecchio paradigma ideologico vetero borghese – Dio, Patria e
Famiglia – ormai morto e sepolto, non solo e non tanto per questioni
ideologiche, bensì semplicemente perché quel paradigma si è dissolto perché oggettivamente
superato dall’evolversi delle concrete e oggettive condizioni materiali.
Questo, al di là dei proclami ideologici sia di chi sogna di resuscitarlo (alcuni
ambienti della destra ultraconservatrice) sia di chi lo vuole e lo deve tenere
in vita artificialmente per poter sopravvivere politicamente (ovviamente i
femminismi e la “sinistra”).
Naturalmente la partita
non è affatto chiusa perché l’affermazione delle destre soprattutto negli USA non significa che l’ideologia
politicamente corretta, ancora molto potente, sia finita. Del
resto, i passaggi di fase sono graduali e quindi anche quelli ideologici. La
narrazione femminista, ad esempio, che è il suo mattone fondamentale, non verrà
a mio parere toccata perché nessuno, come ripeto, ha la forza e il coraggio di
metterla realmente in discussione. Quello che accadrà e che in parte sta già da
tempo accadendo è che le destre reinterpreteranno il femminismo in una chiave
diversa o parzialmente diversa rispetto a quella delle “sinistre, liberal o
radical che siano. Del resto, non mi pare proprio che le donne della destra,
dalla moglie di Trump a Giorgia Meloni, passando per Marine Le Pen e Alice
Weidel, incarnino la concezione di una donna remissiva e subordinata agli
uomini né siano intenzionate a resuscitare il cadavere del patriarcato il
quale, anche ammettendo ogni possibile sforzo ideologico, non può essere
resuscitato perché, repetita iuvant, le condizioni reali e oggettive lo rendono
impossibile.
In tutto ciò, la
“sinistra”, in tutte le sue articolazioni, continuerà ottusamente a battere
sugli stessi tasti non capendo o non potendo capire (perché la sua stessa
identità è ormai tutt’uno con l’ideologia femminista e politicamente corretta,
non hanno altro) che sono proprio quelli che l’hanno portata all’attuale
disastro.
Ora,
mi sia consentito un outing personale, e cioè come e quando ho iniziato a
sottoporre a critica il femminismo.
Lavoravo
con una rivista ormai molto tempo fa e il direttore, con l’approssimarsi del 25
novembre mi chiese di scrivere un articolo in cui avrei dovuto spiegare che la
prima causa di morte per le donne era la mano omicida degli uomini. Lo slogan
allora in voga era “Ne uccide più l’amore che il tumore”. Scoprii che l’omicidio
(ancora non era stato coniato il termine “femminicidio”) era ed è tuttora al
54° posto su 56 o giù di lì. Il numero delle donne uccise si aggira intorno
alle cento unità, poco più o poco meno, all’anno, di cui il 20% mediamente ucciso
da altre donne. Soltanto la metà dell’80% restante (cioè circa una quarantina) possono
essere considerati “femminicidi”, cioè donne uccise dai propri mariti o
compagni, pari a circa lo 0,25 su 100.000 persone, a fronte di circa fra il
doppio e il triplo di uomini uccisi, fra i 200 e i 300, di cui fra il 5 e il
10% da donne (ma la violenza subìta dagli uomini così come di quella subìta dai
minori e dagli anziani, in larga parte agita da donne, non viene elevata ad emergenza
sociale). Numeri assolutamente fisiologici per un paese di 60 milioni di
abitanti. L’assunto ideologico femminista si fonda sul fatto che il “femminicidio”
sarebbe l’omicidio di una donna in quanto donna”, uccisa cioè dal proprio
compagno in quanto considerata un mero oggetto di sua proprietà. Se così fosse
dovremmo assistere ad un vero e proprio genocidio del genere femminile dal
momento che ogni anno sono centinaia di migliaia le coppie che si separano (fra
sposati/e o semplici fidanzati oppure conviventi) con cifre e percentuali ben
superiori a quelle sopracitate, cioè quelle reali. Da notare peraltro che quasi
la metà degli uomini rei di “femminicidio” si suicidano subito dopo aver
commesso il delitto. Difficile pensare che uomini che considerano le “proprie”
compagne come dei meri oggetti di cui disporre a piacimento si tolgano la vita
subito dopo per disperazione o senso di colpa. Se anzi si volesse indagare i
casi uno per uno, scopriremmo che si tratta di soggetti psicologicamente molto
fragili e non certo di uomini in grado di esercitare un potere che non hanno mai
avuto.
La mia ricerca proseguì e scoprii che:
- La pena di morte nel mondo riguarda
pressoché soltanto uomini; circa il 99,4 delle esecuzioni capitali in tutto il
mondo sono ai danni degli uomini, del restante 0,6 di donne fra l’80 e il 90%
vengono giustiziate per reati legati al traffico di droga. La percentuale di donne
giustiziate sale a circa l’1, 1% in alcuni paesi islamici integralisti;
- I morti sul lavoro sono pressoché solo
uomini, come già detto;
- Il 95% della popolazione carceraria è
maschile cos’ come il tasso di suicidi nelle carceri; inoltre le donne vengono
condannate a pene minori per lo stesso reato, dato facilmente riscontrabile che
non viene però portato alla luce mediaticamente;
- Il 60% circa degli abbandoni scolastici nella
scuola primaria e secondaria è maschile e riguarda in particolare i giovani
delle fasce sociali più disagiate;
- Il 100% dei suicidi per perdita del
lavoro è maschile;
- La stragrande maggioranza, intorno al
90% dei senza casa, dei cosiddetti “barboni”, dei ricoverati alla Caritas sono
uomini e sono sempre il 90% di questi che muoiono in queste condizioni;
- la pressochè totalità degli
“hikikimori”, cioè dei giovani che si rinchiudono in casa e rifiutano di vivere
una vita normale e dei cosiddetti “incel”;
- la stragrande maggioranza dei genitori
separati che vive al di sotto della soglia di povertà sono uomini e padri;
- la maggior parte di coloro che
agisce in modo violento in ambito familiare ha a sua volta subito violenza
dalle madri (dato Istat);
- Il 90% dei
cosiddetti “baby pensionati” (500.000 sono donne, gli uomini sono circa 37.000);
- Gli uomini vanno
in pensione più tardi delle donne nonostante svolgano i mestieri più pesanti,
usuranti, nocivi e spesso mortali;
- non hanno
alcuna voce in capitolo sui diritti riproduttivi;
A questo punto alcune
domande diventano obbligate: innanzitutto, qual è la finalità e soprattutto
quali sono state e sono le conseguenze oggettive, o meglio la concreta
determinazione (che è ciò che conta) di tale ideologia, al di là delle
intenzioni originarie.
- Personalmente ritengo che il femminismo
contenga già in sé i germi della sua inevitabile degenerazione. Il concetto
stesso di “sorellanza” è intrinsecamente inter-classista e sessista, non solo
nei confronti degli uomini ma anche delle stesse donne. Che cosa hanno in
comune infatti le donne appartenenti alle classi sociali dominanti con quelle
delle classi sociali subordinate? Cosa ha in comune la ricca donna borghese con
la sua colf o con la sua baby sitter, magari extracomunitaria, che è stata
costretta ad abbandonare il proprio paese e i propri figli per venire ad
accudire quelli della ricca signora borghese? Nulla, se non l’apparato
sessuale. In caso di precipitazione dello scontro sociale la ricca donna
borghese si schiererà inevitabilmente con le altre donne e gli uomini della sua
classe sociale di appartenenza in difesa dei sui interessi di classe.
- Alimentare la più subdola delle guerre
orizzontali, quella delle donne contro gli uomini, la più subdola perché va a
toccare i temi della sessualità, dell’affettività e della paternità con il
risultato di paralizzare psicologicamente gli uomini instillando scientemente
un eterno senso di colpa (una sorta di fine pena mai, di debito inestinguibile
e di credito, per l’altro verso, altrettanto inestinguibile). Una guerra
orizzontale fondata su una fondamentale campagna di manipolazione mediatica
della realtà: la violenza maschile, il femminicidio e il gender pay gap sono i
due cavalli di battaglia di questa campagna di criminalizzazione del maschile. Il
gender pay gap – cioè le donne che percepirebbero un salario inferiore a quello
degli uomini a parità di qualifica e mansione – è l’altra gigantesca manipolazione
mediatica da cui siamo bombardati H24. Ma come si arriva a determinare questa
presunta disparità salariale? Si prendono l’intero monte salari maschile e
quello femminile e si “scopre” (si fa per dire…) che quello maschile è superiore
a quello femminile. Una “scoperta” ridicola dal momento che è ovvio che il
tasso di occupazione maschile sia superiore a quello femminile ma non a causa
di una discriminazione di genere bensì in base al fatto che milioni di posti di
lavoro, quelli più pesanti e nocivi per la salute, nella siderurgia, l’edilizia,
la cantieristica, l’industria estrattiva, la pesca ecc. sono appannaggio esclusivo
degli uomini (al contrario della pubblica amministrazione, della scuola e in
diversi settori del terziario dove le donne costituiscono la maggior parte
della forza lavoro). Ed è ovvio che milioni di posti di lavoro in più (spesso
retribuiti maggiormente, perché è evidente che il salario di chi lavora su una
piattaforma petrolifera, su un traliccio dell’alta tensione o in una miniera
sarà superiore a quello di un’impiegata, quindi NON a parità di qualifica e
mansione) vanno ad aumentare il monte salari complessivo maschile. Inoltre
molte donne optano per il lavoro part time a differenza degli uomini che hanno
da sempre l’obbligo, morale e materiale, di “portare i soldi a casa”. Non è un
caso che a suicidarsi per la mancanza o la perdita del posto di lavoro sono
soltanto uomini. Perché per gli uomini il lavoro non è soltanto un mero
strumento di sopravvivenza o, al meglio, un modo per realizzarsi, ma un
imperativo categorico, un dover essere che va ben oltre il risvolto materiale
(pur fondamentale). L’uomo adulto che non lavora si sente e soprattutto è
considerato un fallito, il suo peso specifico sia in quanto soggetto sociale che
in quanto soggetto sessuato maschile (cioè la sua capacità di essere un
soggetto desiderato e desiderabile) è pari allo zero.
Ma
ragioniamo. Se veramente fosse possibile (le legge e la Costituzione lo vietano,
ovviamente, ma sappiamo che le leggi possono essere eluse) retribuire una donna
con un salario minore rispetto a quello di un uomo, è evidente che avremmo una
occupazione femminile di gran lunga superiore a quella maschile perché qualsiasi
imprenditore o imprenditrice opterebbe per assumere donne invece che uomini,
dal momento che la stella polare delle società capitalistiche è il profitto e
non certo il genere di appartenenza. Sappiamo che non è così ma non a causa,
ancora una volta, di una discriminazione fondata sul genere di appartenenza, ma
in base alla logica del profitto. La stessa logica che porta molti imprenditori
e molte imprenditrici a non assumere donne in età di maternità per li
obbligherebbe a retribuirle senza che queste siano produttive. La stessa logica
che porta un imprenditore edile o un armatore di navi da pesca o mercantili ad
assumere uomini, perché sono settori dove la forza fisica è ancora un fattore determinante
ai fini produttivi (e del profitto dell’imprenditore o dell’imprenditrice). Lo
stesso discorso vale ancor più nell’economia sommersa, dove le leggi vengono
sistematicamente aggirate. Anche in questo caso non si registra una maggiore
occupazione femminile laddove invece, se veramente la “costituzione materiale”,
cioè il contesto socio-culturale reale consentisse di retribuire una donna con
un salario inferiore a quello di un uomo a parità di qualifica e mansione, il
tasso di occupazione femminile sarebbe senz’altro superiore a quello maschile. Al
contrario, proprio nella cosiddetta “economia in nero” gli uomini costituiscono
la maggioranza della forza lavoro proprio perché più disponibili rispetto alle
donne (per le ragioni sociali,culturali e psicologiche a cui facevo cenno poc’anzi)
ad assumere condizioni di lavoro le più disparate o gravose.
Alla
luce di queste sia pur sommarie considerazioni è quindi evidente come quella
del gender pay gap sia una sostanziale “bufala”, una menzogna finalizzata ad avvelenare
i rapporti e a scavare un fossato fra i sessi.
- Coprire ideologicamente le politiche (e
le guerre) imperialiste e neocolonialiste sotto la bandiera della liberazione delle
donne dai regimi considerati oscurantisti, maschilisti e totalitari (in pratica
tutti quei paesi che non sono sotto diretto controllo occidentale). Dal crollo
del muro di Berlino ad oggi (con la destra trumpiana al potere negli USA, come
già detto, muterà in parte anche la narrazione ideologica) tutte le guerre e le
aggressioni imperialiste della NATO e degli USA sono state all’insegna dell’ideologia
politica politicamente corretta e femminista in particolare.
L’ultimissima domanda è come sia stato possibile che tale narrazione ideologica non abbia incontrato nessun ostacolo, abbia pervaso completamente ogni anfratto della sfera pubblica e soprattutto del foro interiore delle persone e si stata elevata ad una sorta di Verità Assoluta, quasi di Scienza Esatta. E qui entriamo in “territori” che normalmente nell’ambito della “sinistra”, compresa quella marxista o sedicente tale, da sempre imbevuta di economicismo e di sociologismo, non vengono affrontati. Mi riferisco alla sfera sessuale, affettiva, e quindi psichica e psicologica (comunque in stretta correlazione con quella sociale, economica e culturale; la realtà è come un puzzle formato da tanti pezzi in connessione fra loro e non separabili gli uni dagli altri), e a tutto ciò che ha a che vedere con essa. Ma questo è un altro tema ancora che merita una trattazione a parte.
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