Ieri sera ho ascoltato Conte e Letta intervistati, separatamente, da Formigli a Piazza pulita.
La divisione fra i due è evidente nonostante le finte di corpo e i doppi salti carpiati che hanno posto in essere, soprattutto il secondo, per scongiurare una possibile rottura che potrebbe in linea (molto) teorica verificarsi la prossima settimana quando in Parlamento si discuterà l’invio di armi pesanti al governo ucraino.
Conte ha già detto che è contrario mentre Letta – ormai ridotto alla stregua di un addetto dell’ufficio stampa della Casa Bianca – se l’è cavata dicendo che lui non è un esperto di questioni tecniche e militari e di conseguenza non vuole entrare nel merito di argomenti sui quali non ha competenza. Roba da “scemo & più scemo” (noto film demenziale con Jim Carrey).
Ma proviamo a leggere dietro le righe. Conte sta cercando di smarcarsi dalla narrazione dominante (ormai però con diverse e robuste crepe al suo interno…) per diverse ragioni. Intanto perché sa che in quella maggioranza relativa (il 45%) di italiani contrari all’invio di armi c’è una buona fetta del suo elettorato. Poi perché prova ad intercettare quell’ampio tessuto di (relativamente) piccole e medie aziende, con tutto il loro indotto, che non hanno nessuna intenzione di perdere profitti e tanto meno di chiudere i battenti a causa delle sanzioni alla Russia volute da Washington e imposte all’Europa. Infine perché Conte è vicino ad ambienti vaticani che non hanno intenzione per varie ragioni di schiacciarsi sulle posizioni del governo americano e che forse hanno anche un certo potere di condizionamento sullo stesso Papa Francesco. Quest’ultimo, infatti, era partito in quarta annunciando il viaggio a Kiev ma poi, come noto, ha fatto retromarcia, e non certo per ragioni di sicurezza.
Sostenere, da parte di Conte, di non inviare più armi all’Ucraina significa di fatto aprire una porta ad una possibile soluzione politica e allo stesso governo russo. Non a caso Letta ha ribadito con forza che il più grave errore che si potrebbe fare in questa fase è dividere il fronte perché questo significherebbe che Putin al 50% ha già vinto. Il messaggio è chiaro, al di là delle solite frasi di circostanza sulla ricerca del negoziato e della pace: con Putin non si tratta, la guerra deve proseguire, bisogna continuare ad armare gli ucraini.
Letta non ha gli stessi problemi di Conte. Il PD è il “partito di sistema” per eccellenza – diciamo pure il suo baricentro politico – e il suo elettorato è sostanzialmente omogeneo, composto da una media (e ormai anche medio alta) borghesia “progressista” interessata al mantenimento e al rafforzamento dello status quo. Quindi un partito oggettivamente conservatore e anche reazionario, nel senso proprio del termine, interessato cioè a combattere ogni possibilità di trasformazione dell’ordine sociale. Per queste ragioni è anche e più di altri il partito della guerra (imperialista) per eccellenza. Il sostegno aperto al fantoccio di Kiev (così come lo fu al fantoccio venezuelano Guaidò ormai scomparso dalle scene) è del tutto coerente con la sua organicità al sistema imperialista atlantico a guida USA.
Fonte foto: Huffington Post (da Google)